Stai leggendo CUORE DI TENEBRA di Joseph Conrad

I






La Nellie, una iolla da crociera, girò sull’ancora senza il minimo fluttuare delle vele e si fermò. La marea si era alzata, il vento era quasi calmo e, poiché dovevamo discendere il fiume, non ci restava che fermarci all’ancora e attendere il riflusso.
L’ultimo tratto del Tamigi si stendeva davanti a noi come il principio di un interminabile corso d’acqua. Al largo, cielo e mare erano saldati senza una giuntura e nello spazio luminoso le vele conciate delle barche che salivano con la marea sembravano immobili fastelli rossi di tele appuntite tra luccicori di aste verniciate. Sulle rive basse che correvano piatte a perdersi nel mare si era posata una nebbia leggera. Su Gravesend l’aria era scura e più in là pareva condensata in una oscurità funerea che incombeva immobile sulla città più vasta e grande della terra.
Nostro capitano e ospite era il direttore delle Compagnie. Noi quattro gli guardavamo affettuosamente le spalle mentre lui, a prua, era rivolto verso il mare. Non c’era niente sul fiume che avesse un aspetto altrettanto marinaresco. Somigliava a un pilota, che per l’uomo di mare è l’affidabilità fatta persona. Era difficile immaginare che il suo lavoro non fosse là sull’estuario luminoso, ma dietro di lui, nell’oscurità incombente.
Ci legava, come ho già detto altrove, il vincolo del mare. Oltre a tenere uniti i nostri cuori durante i lunghi periodi di separazione, ci rendeva tolleranti delle storie e perfino delle convinzioni degli altri. Al vecchio avvocato – persona eccellente – toccava, per via dei molti anni e delle molte virtù, l’unico cuscino che c’era sul ponte, e se ne stava sdraiato sull’unica stuoia. L’amministratore aveva già tirato fuori il domino e si trastullava a fare costruzioni con le tessere. Marlow sedeva a poppa, con le gambe incrociate, appoggiato all’albero di mezzana. Aveva le guance incavate, la carnagione giallastra, la schiena eretta, l’aspetto ascetico e con le braccia abbandonate e le palme rivolte all’infuori sembrava un idolo. Il direttore, soddisfatto che l’ancora avesse fatto buona presa, venne a poppa a sedersi in mezzo a noi. Scambiammo pigramente qualche parola. Poi cadde il silenzio a bordo dello yacht. Per un motivo o per l’altro non cominciammo la partita a domino. Eravamo d’umore meditabondo, in vena soltanto di una tranquilla contemplazione. Il giorno finiva in una serenità di quieto e squisito splendore. L’acqua riluceva pacifica; il cielo immacolato era una benigna immensità di luce pura; la stessa foschia sulle paludi dell’Essex sembrava un tessuto traslucido e radioso che appeso alle alture boscose dell’entroterra ricadeva in pieghe diafane sulle sponde basse. Soltanto l’oscurità, che a occidente incombeva sui tratti più alti del fiume, si faceva ogni istante più cupa, quasi irritata dall’approssimarsi del sole.
E alla fine, nella sua discesa curva e impercettibile, il sole calò e da bianco incandescente si fece di un rosso smorto senza raggi né calore, come stesse per spegnersi all’improvviso, colpito a morte dal tocco di quell’oscurità incombente su una folla d’uomini.
Immediatamente avvenne un cambiamento sulle acque e la serenità diventò meno brillante ma più profonda. Il vecchio fiume nel suo tratto più ampio riposava indisturbato al calare del giorno, dopo secoli di fedele servizio reso alla razza che ne popolava le sponde, disteso nella tranquilla dignità di un corso d’acqua diretto ai confini estremi della terra. Guardavamo quel flusso venerabile non nel bagliore vivido di un breve giorno che viene e se ne va per sempre, ma alla luce augusta di memorie eterne. E davvero non c’è nulla di più facile per chi, come si suol dire, “abbia seguito il mare” con riverenza e affetto, che evocare il grande spirito del passato sull’ultimo tratto del Tamigi. La corrente fluisce avanti e indietro con la marea nell’incessante servizio, popolata di ricordi di uomini e navi che ha portato al riposo della casa o alle battaglie del mare. Aveva conosciuto e servito tutti gli uomini di cui la nazione è fiera, da Sir Francis Drake a Sir John Franklin, cavalieri tutti, titolati o meno – i grandi cavalieri erranti del mare. Aveva portato tutte le navi i cui nomi sono come gioielli sfavillanti nella notte dei tempi, dalla Golden Hind che tornava con i fianchi tondi gonfi di tesori per essere visitata da Sua Maestà la Regina e uscire così dalla gigantesca leggenda, alla Erebus e alla Terror, partite per altre conquiste – e mai ritornate. Aveva conosciuto le navi e gli uomini. Erano partiti da Deptford, da Greenwich, da Erith – avventurieri e coloni; navi di re e di banchieri; capitani, ammiragli, gli oscuri “contrabbandieri” dei traffici orientali e i “generali” delle flotte delle Indie Orientali di nomina ufficiale. Cacciatori d’oro o inseguitori di gloria, erano tutti partiti da quel fiume, portando la spada e spesso la fiaccola, messaggeri della potenza racchiusa in quella terra, portatori di una scintilla del sacro fuoco. Quale grandezza non era salpata col riflusso di quel fiume verso il mistero di una terra sconosciuta!... Sogni di uomini, semi di confederazioni, germi d’imperi.
Il sole tramontò; il crepuscolo scese sul fiume, e sulla riva cominciò ad apparire qualche luce. Il faro di Chapman, una specie di treppiede eretto su un pantano, brillava gagliardo. Le luci delle navi si muovevano nel canale d’accesso – un viavai di luci sul fiume. E più a occidente, sui tratti superiori, il posto della città mostruosa era ancora segnato minacciosamente nel cielo, una oscurità incombente nella luce del sole, un bagliore livido sotto le stelle.
«E anche questo» disse Marlow improvvisamente, «è stato un angolo tenebroso della terra.»
Era l’unico di noi che ancora “seguisse il mare”. Il peggio che si potesse dire di lui era che non rappresentava affatto la sua categoria. Era un uomo di mare, ma anche un vagabondo, mentre per la maggior parte gli uomini di mare conducono una vita, per così dire, sedentaria. Hanno una mentalità domestica e non abbandonano mai la loro casa: la nave, né la loro patria: il mare. Le navi si assomigliano tutte e il mare è sempre lo stesso. Nell’immutabilità del loro ambiente le spiagge straniere, i volti stranieri, la mutevole immensità della vita, scivolano via, velati non da un senso di mistero ma da un’ignoranza un poco sdegnosa; poiché nulla è misterioso per l’uomo di mare se non il mare stesso, che è per lui l’amante di tutta una vita, imperscrutabile come il Destino. Per il resto, dopo il lavoro basta una passeggiata occasionale o un’occasionale baldoria a terra a svelargli il segreto di un intero continente, e quasi sempre gli pare che non valesse poi la pena di scoprirlo, quel segreto. I racconti degli uomini di mare hanno una semplicità immediata il cui significato sta in un guscio di noce. Marlow, però, non era il tipico uomo di mare (a parte la sua propensione a tessere racconti) e per lui il significato di un episodio non stava nell’interno come un gheriglio, ma dall’esterno avviluppava il racconto, e questo lo svelava soltanto come la luminescenza rivela la foschia, a somiglianza di quegli aloni indistinti che talvolta lo spettrale chiaro di luna rende visibili.
La sua osservazione non parve affatto sorprendente. Era proprio da Marlow. Venne accolta in silenzio. Nessuno si prese la briga di borbottare qualcosa; e subito egli aggiunse, molto lentamente:
«Pensavo ai tempi antichi, quando arrivarono qui i Romani, mille e novecento anni fa – l’altro giorno... La luce irradia da questo fiume sin dai tempi dei – i Cavalieri dite? Sì, ma è come un incendio che corre sulla pianura, come un lampo tra le nubi. Noi viviamo nel suo guizzo – speriamo che duri fintanto che la vecchia terra continua a girare! Ma qui ieri c’erano le tenebre. Pensate come doveva sentirsi il comandante di una bella – come si chiamano? – trireme del Mediterraneo, che venisse improvvisamente inviato al nord; trasportato in fretta e furia via terra in mezzo ai Galli, per comandare una di quelle barche che i legionari – e che manica di gente abilissima doveva essere pure quella – costruivano, pare, a centinaia in un mese o due, se dobbiamo credere a quello che si legge. Immaginatelo qui – proprio in capo al mondo, il mare color del piombo, il cielo color del fumo, una sorta di barca rigida quasi quanto una fisarmonica che risale il fiume portando provviste, o degli ordini, o quello che volete. Banchi di sabbia, paludi, foreste, selvaggi – ben poco di commestibile per un uomo civile e soltanto acqua del Tamigi da bere. Niente vino di Falerno da queste parti, né passeggiate a terra. Qui e là un accampamento militare perduto in questa regione selvaggia come un ago in un pagliaio – freddo, nebbia, tempeste, malattie, esilio e morte – la morte appostata nell’aria, nell’acqua, nella boscaglia. Dovevano morire come mosche da queste parti. Oh sì – lui ce la fece. Ce la fece benissimo, non c’è dubbio, e senza pensarci molto, a parte forse vantarsi in seguito di quello che aveva passato ai suoi tempi. Erano abbastanza virili da affrontare le tenebre. E forse lo sosteneva l’idea di una possibile vicina promozione alla flotta di Ravenna, se aveva buoni amici a Roma e sopravviveva al clima terribile. Oppure pensate a un giovane e decoroso cittadino in toga – magari con la passione dei dadi – che viene qui al seguito di qualche prefetto, o di qualche esattore delle imposte, o anche di un mercante, per rimettere in sesto le sue sostanze. Sbarca in una palude, marcia attraverso i boschi, e in qualche insediamento dell’interno sente che la natura selvaggia, la natura più selvaggia, gli si è chiusa intorno – tutta la vita misteriosa e selvatica che si agita nella foresta, nella giungla, nel cuore di uomini primitivi. Non c’è iniziazione a questi misteri. Deve vivere in mezzo all’incomprensibile, che è pure detestabile. E ha anche un fascino che a poco a poco agisce su di lui. Il fascino dell’abominio – sapete. Immaginate i rimpianti crescenti, il desiderio di fuggire, il disgusto impotente, la capitolazione, l’odio.»
S’arrestò un attimo.
«Badate» riprese, alzando l’avambraccio con la palma rivolta all’infuori, cosicché con le gambe incrociate pareva un Budda che predicasse in abiti europei e senza fior di loto. «Badate, nessuno di noi si sentirebbe esattamente così. Ci salva l’efficienza – la devozione all’efficienza. Ma quella gente non ne aveva granché davvero. Non erano colonizzatori: sospetto che la loro amministrazione si limitasse a spremere e nient’altro. Erano dei conquistatori, e per quello basta la forza bruta – niente di cui vantarsi, ad averla, dato che la forza dell’uno è solo un accidente che nasce dalla debolezza degli altri. Arraffavano tutto quello che potevano solo per amore del possesso. Pura e semplice rapina a mano armata, omicidio aggravato su vasta scala, e uomini che ci si buttavano alla cieca – come si conviene a chi affronta le tenebre. La conquista della terra, che più che altro significa toglierla a chi ha un diverso colore di pelle o il naso un po’ più schiacciato del nostro, non è una bella cosa a guardarla bene. C’è solo l’idea che la può riscattare. L’idea che le sta dietro: non una finzione sentimentale, ma un’idea; e una fede disinteressata nell’idea – qualcosa che si possa innalzare, davanti a cui ci si possa inchinare e offrire sacrifici...»
S’interruppe. Sul fiume scivolavano delle fiamme, fiammelle verdi, rosse, bianche s’inseguivano, si superavano, si congiungevano, s’incrociavano – per poi separarsi lentamente o in fretta. Il traffico della grande città proseguiva nella notte che s’incupiva sul fiume insonne. Guardavamo aspettando pazientemente – non c’era nulla da fare finché non cambiava la corrente; ma fu solo dopo un lungo silenzio, quando disse con voce esitante: «Immagino ricordiate che una volta mi sono messo a fare il marinaio d’acqua dolce per un po’», che sapemmo di essere destinati, in attesa del riflusso, ad ascoltare il racconto di una delle esperienze inconcludenti di Marlow.
«Non voglio annoiarvi troppo con quello che mi accadde personalmente» esordì, mostrando con quell’affermazione la debolezza di tanti narratori che sembrano molto spesso ignari di ciò che il loro pubblico preferirebbe ascoltare; «eppure per comprendere l’effetto che ebbe su di me, dovete sapere come finii laggiù, che cosa vidi e come risalii quel fiume fino al punto in cui incontrai per la prima volta quel poveraccio. Fu il punto estremo della navigazione e il punto culminante della mia esperienza. Sembrò gettare, in qualche modo, una specie di luce su tutto quello che mi circondava – e nei miei pensieri. Fu una cosa piuttosto cupa – e pietosa – niente affatto straordinaria – neanche molto chiara. No, non molto chiara. Eppure sembrò gettare una specie di luce.
«Come ricorderete, ero appena ritornato a Londra dopo un bel po’ di Oceano Indiano, Pacifico, Mari della Cina – la solita dose di Oriente – sei anni più o meno, e me ne andavo in giro senza niente da fare, disturbandovi al lavoro e invadendovi le case, come se avessi ricevuto dal cielo la missione di civilizzarvi. Fu molto bello per qualche tempo, ma dopo un po’ il riposo cominciò a stancarmi. Allora mi misi a cercare una nave – per mia esperienza il lavoro più duro che ci sia sulla terra. Ma le navi non mi degnavano neppure di uno sguardo. E io mi stancai anche di quel gioco.
«Ora, quando ero bambino avevo una passione per le carte geografiche. Stavo ore a guardare il Sud America, l’Africa o l’Australia, e mi perdevo nelle glorie dell’esplorazione. Allora c’erano parecchi spazi vuoti sulla terra, e quando ne trovavo uno che sembrava particolarmente invitante sulla carta (ma lo sembravano tutti) ci mettevo il dito sopra e dicevo: “Quando sarò grande andrò là”. Ricordo che il Polo Nord era uno di quei posti. Be’, non ci sono ancora andato e non ci proverò adesso. L’incanto è svanito. C’erano altri posti sparsi intorno all’equatore e a ogni sorta di latitudine in entrambi gli emisferi. In alcuni ci sono stato e... be’, lasciamo perdere. Ma ce n’era ancora uno – il più grande, il più vuoto per così dire – che volevo vedere a tutti i costi.
«È vero, a quel punto non era più uno spazio vuoto. Dalla mia infanzia si era riempito di laghi e fiumi e nomi. Aveva cessato di essere uno spazio vuoto incantevole e misterioso – una macchia bianca che un bambino può riempire di sogni di gloria. Era diventato un luogo di tenebra. Ma conteneva un fiume, soprattutto, un fiume grandissimo che appariva sulla carta come un immenso serpente con la testa nel mare, mentre il corpo in riposo formava un’ampia curva su una vasta regione e la coda si perdeva nella profondità della terra. E mentre guardavo la carta geografica di quella zona esposta in una vetrina, mi affascinò come il serpente ammalia l’uccello – un uccellino sciocco. Mi ricordai allora che c’era una grossa impresa, una Compagnia commerciale su quel fiume. Accidenti! pensai fra me, per i loro traffici avranno senz’altro bisogno di qualche barca su tutta quell’acqua dolce – i battelli a vapore! Perché non potevo cercare di farmene assegnare uno? Continuai a camminare per Fleet Street senza riuscire a togliermi di mente quell’idea. Il serpente mi aveva incantato.
«Dovete sapere che quella Società era un’impresa continentale; ma io ho tanti parenti che vivono sul continente, perché costa poco e non si sta poi tanto male, dicono.
«Mi dispiace dover confessare che cominciai a importunarli. Cosa per me assolutamente nuova. Non ero abituato a ottenere le cose in quel modo, capite. Andavo sempre dove mi pareva, dritto per la mia strada, con le mie sole gambe. Non avrei neppure creduto di esserne capace, ma, ecco – vedete – sentivo non so come che dovevo arrivare laggiù per amore o per forza. Così presi a importunarli. Gli uomini dicevano “Carissimo” e non facevano nulla. E allora – ci credereste? – provai con le donne. Io, Charlie Marlow, misi le donne al lavoro – per trovare un posto. Santo Cielo! Be’, vedete, era quell’idea fissa a guidarmi. Avevo una zia, una cara creatura piena d’entusiasmo. Mi scrisse: “Sarà un vero piacere. Sono pronta a fare qualsiasi cosa, qualsiasi cosa per te. È un’idea stupenda. Conosco la moglie di un pezzo grosso dell’Amministrazione, e anche una persona che ha molta influenza su” eccetera eccetera. Era decisa a smuovere mari e monti pur di farmi affidare il comando di un battello a vapore, se era quello il mio capriccio.
«Ottenni la nomina – naturalmente; e molto in fretta anche. Pare che la Compagnia avesse saputo che uno dei loro capitani era stato ucciso in una zuffa con gli indigeni. Era l’occasione buona per me e mi rese ancora più ansioso di partire. Solo molti mesi dopo, quando tentai di recuperare ciò che restava del corpo, venni a sapere che la lite era sorta per un malinteso a proposito di certe galline. Sì, due galline nere. Fresleven – così si chiamava quel tale, un danese – convinto che l’avessero imbrogliato nell’affare, era sceso a terra e si era messo a bastonare il capo del villaggio. Oh, tutto questo non mi sorprese affatto, anche se al tempo stesso mi si garantiva che Fresleven era la persona più cortese e tranquilla che avesse mai messo piede sulla terra. Lo era senza dubbio; ma da più di due anni si trovava laggiù, impegnato nella nobile causa, sapete, e probabilmente aveva infine sentito il bisogno di rivendicare in qualche modo la sua dignità. Perciò bastonò spietatamente il povero negro, davanti alla sua gente che lo stava a guardare impietrita, finché un uomo – il figlio del capo, mi dissero – angosciato dalle grida del vecchio, tentò una stoccata al bianco con la lancia – che ovviamente penetrò con facilità tra le scapole. Al che tutta la popolazione fuggì nella foresta in attesa di chissà quali calamità, mentre, per parte sua, pure il battello di Fresleven si allontanava in preda al panico, agli ordini del macchinista, credo. In seguito nessuno sembrò darsi gran pena per i resti mortali di Fresleven, finché non saltai fuori io a prenderne il posto. Io, però, non riuscivo a non pensarci; ma quando finalmente ebbi l’opportunità di incontrare il mio predecessore, l’erba che gli cresceva tra le costole era alta abbastanza da nasconderne le ossa. C’erano tutte. L’essere soprannaturale non era stato toccato dopo la caduta. E il villaggio era deserto, le capanne si spalancavano nere, marcescenti e tutte sghembe tra gli steccati in rovina. Senz’altro una calamità si era abbattuta su quel luogo. La gente era svanita. Un terrore folle li aveva dispersi nella boscaglia, uomini, donne e bambini, e non erano più tornati. Non so neppure che fine abbiano fatto le galline. Credo, però, che se le sia prese la causa del progresso. Comunque, grazie a questo fatto glorioso ottenni la nomina, prima ancora di cominciare a sperarvi.
«Corsi di qua e di là come un forsennato per i preparativi, e in meno di quarantott’ore già attraversavo la Manica per presentarmi ai miei principali e firmare il contratto. In pochissime ore arrivai in una città che mi fa sempre pensare a un sepolcro imbiancato. Senza dubbio un pregiudizio. Non ebbi difficoltà a trovare gli uffici della Compagnia. Era la cosa più grande della città ed era sulla bocca di tutti quelli che incontrai. Stavano costruendo un impero oltremare e avrebbero guadagnato quattrini a non finire con il commercio.
«Una strada stretta e deserta nell’ombra profonda, case alte, innumerevoli finestre con le veneziane, un silenzio di tomba, erba che spuntava tra le pietre, volte imponenti a destra e a manca, portoni immensi e massicci appena socchiusi. Scivolai attraverso una di queste fessure, salii una scala spazzata e spoglia, arida come un deserto, e aprii la prima porta che trovai. Due donne, una grassa e l’altra magra, sedevano su due sedie impagliate sferruzzando della lana nera. La magra si alzò e mi venne dritta incontro – continuando a sferruzzare con gli occhi bassi – e solo nel momento in cui cominciai a pensare di scansarmi come si farebbe con un sonnambulo, si fermò e alzò gli occhi. L’abito che indossava era liscio quanto il fodero di un ombrello, lei si voltò senza una parola e mi precedette in una sala d’attesa. Diedi il mio nome e mi guardai intorno. Un tavolo d’abete nel centro, comunissime sedie tutt’intorno alle pareti e a un’estremità una grande carta geografica sgargiante segnata con tutti i colori dell’arcobaleno. C’era moltissimo rosso – che fa sempre piacere vedere, perché vuol dire che in quel punto si lavora davvero, un sacco di blu, un po’ di verde, qualche chiazza arancione e sulla costa orientale una macchia viola a indicare il posto in cui gli allegri pionieri del progresso si ubriacano allegramente di birra. Io però non sarei andato in nessuno di quei posti. Andavo nel giallo. Dritto nel centro. Lì c’era il fiume – affascinante – letale – come un serpente. Brr! Si aprì una porta, spuntò una testa bianca segretariale, ma con un’espressione compassionevole, e un indice scarno m’invitò a entrare nel santuario. Dentro, la luce era fioca e nel centro era acquattata una pesante scrivania. Da dietro quella struttura emergeva un’impressione di pallida pinguedine in finanziera. Il grand’uomo in persona. Era alto un metro e sessanta, direi, e teneva in pugno chissà quanti milioni. Mi strinse la mano, immagino, bisbigliò qualcosa, sembrò soddisfatto del mio francese. Bon voyage.
«Nel giro di quarantacinque secondi mi ritrovai nella sala d’attesa con il segretario compassionevole che, pieno di desolazione e solidarietà, mi fece firmare dei documenti. Credo di essermi impegnato tra le altre cose a non rivelare nessun segreto commerciale. Be’, non ho intenzione di farlo.
«Cominciavo a sentirmi un po’ a disagio. Sapete che non sono abituato a quelle cerimonie e c’era qualcosa di sinistro nell’atmosfera. Era come se mi avessero ammesso a far parte di qualche cospirazione – non so – di qualcosa non del tutto a posto, e fui contento di andarmene. Nella prima stanza le due donne sferruzzavano febbrilmente la lana nera. Stavano arrivando delle persone e la giovane faceva la spola avanti e indietro per farle accomodare. La vecchia sedeva sulla sua seggiola, le pantofole basse di stoffa erano appoggiate su uno scaldino e un gatto le riposava in grembo. Aveva in testa una cosa bianca e inamidata, una verruca sulla guancia e degli occhiali d’argento sulla punta del naso. Mi lanciò un’occhiata da sopra le lenti. La placidità rapida e indifferente di quello sguardo mi turbò. Due giovani dall’espressione sciocca ed euforica venivano pilotati dall’altra parte e a loro lanciò lo stesso sguardo lesto di noncurante saggezza. Sembrava sapere tutto di loro e anche di me. Venni assalito da una sensazione arcana. La donna pareva misteriosa e fatale. Spesso laggiù pensai a quelle due, di guardia alla porta delle Tenebre, che sferruzzavano lana nera come per un caldo drappo funebre, l’una che introduceva, introduceva continuamente all’ignoto, l’altra che scrutava i volti euforici e sciocchi con vecchi occhi colmi di noncuranza. Ave! Vecchia sferruzzatrice di lana nera! Morituri te salutant. Tra quelli che guardò, non furono in molti a rivederla – assai meno della metà.
«C’era ancora la visita dal medico. “Una semplice formalità”, mi assicurò il segretario con l’aria di prendere immensa parte a tutte le mie pene. Quindi un giovanotto col cappello calato sull’occhio sinistro, un impiegato suppongo – dovevano pur esserci degli impiegati in quell’impresa benché l’edificio fosse silenzioso quanto una dimora della città dei morti – arrivò da qualche parte del piano di sopra a farmi strada. Era malconcio e trasandato, con delle macchie d’inchiostro sulle maniche della giacca e una cravatta larga che ondeggiava sotto il mento fatto a punta di vecchio stivale. Era un po’ troppo presto per il medico, così gli proposi di bere qualcosa, al che rivelò una vena di cordialità. Mentre sedevamo davanti ai nostri vermut, si mise a glorificare gli affari della Compagnia e di lì a poco accidentalmente gli dimostrai la mia sorpresa che non fosse ancora andato laggiù. Diventò all’improvviso freddo e formale. “Non sono poi così stupido quanto sembro, disse Platone ai suoi discepoli” sentenziò, vuotò risolutamente il bicchiere e ci alzammo.
«Il vecchio medico mi tastò il polso, evidentemente immerso in altri pensieri. “Buono, buono per quei posti” borbottò, e poi con una certa sollecitudine mi chiese se gli permettevo di misurarmi la testa. Piuttosto sorpreso risposi di sì e allora tirò fuori una specie di calibro e misurò davanti, dietro e da ogni parte, prendendo accuratamente nota. Era un ometto mal rasato con una giacca frusta, una sorta di gabardine, le pantofole ai piedi e io pensai che fosse un pazzo innocuo. “Chiedo sempre il permesso, nell’interesse della scienza, di misurare il cranio di quelli che vanno laggiù” disse. “E anche quando tornano?” chiesi. “Oh, non li vedo mai” osservò, “e poi i cambiamenti avvengono dentro, sa.” Sorrise come si trattasse di un’arguzia discreta. “Così, lei va laggiù. Ottimo. Interessante, anche.” Mi lanciò uno sguardo penetrante e prese un altro appunto. “Nessun caso di pazzia in famiglia?” chiese con tono pratico. Mi sentii estremamente irritato. “Anche questa domanda è nell’interesse della scienza?” “Sarebbe interessante” aggiunse senza rilevare la mia irritazione “per la scienza poter osservare sul posto i mutamenti mentali degli individui, ma...” “Lei è uno psichiatra?” lo interruppi. “Ogni medico dovrebbe esserlo – un po’” rispose imperturbabile quell’originale. “Ho una piccola teoria che voi Messieurs che andate laggiù dovete aiutarmi a provare. Questa è la mia parte dei vantaggi che il mio paese trarrà dal possesso di quella magnifica colonia. Lascio agli altri la mera ricchezza. Perdoni le mie domande, ma lei è il primo inglese che mi sia capitato di osservare...” Mi affrettai ad assicurargli che non ero affatto tipico. “Se lo fossi” aggiunsi, “non sarei qui a parlarle così.” “Quello che dice è piuttosto profondo e probabilmente errato” disse con una risata. “Eviti di irritarsi ancor più che di esporsi al sole. Addio. Come dite voi inglesi, eh? Good-bye. Ah! Good-bye. Adieu. Nei tropici bisogna innanzitutto mantenere la calma.”... Alzò un indice ammonitore... “Du calme, du calme. Adieu.”
«Restava ancora una cosa da fare – andare a salutare la mia ottima zia. La trovai esultante. Presi una tazza di tè – l’ultima tazza di tè decente per lungo tempo – e in una stanza molto rassicurante, poiché in tutto e per tutto uguale a ciò che ci si aspetta dal salotto di una signora, chiacchierammo tranquillamente a lungo accanto al fuoco. Nel corso di quella conversazione intima mi parve chiaro che ero stato descritto alla moglie dell’alto dignitario, e a chissà quante altre persone, come una creatura eccezionalmente dotata – una vera fortuna per la Compagnia – un uomo come non se ne trovano certo tutti i giorni. Santo Cielo! e pensare che stavo per prendere il comando di un vapore da due soldi con tanto di fischietto da mezzo soldo attaccato! Tuttavia sembrava che io fossi anche uno dei Lavoratori con la lettera maiuscola – capite. Una specie di emissario di luce, una specie di apostolo minore. Proprio in quel tempo un tal genere di sciocchezze circolava ampiamente sulla stampa e nei discorsi, e l’ottima donna si era lasciata trasportare dalla frenesia di quelle fandonie in mezzo a cui viveva. Parlava di “svezzare quei milioni di ignoranti dalle loro orribili abitudini” finché vi assicuro che mi fece sentire a disagio. Mi arrischiai ad accennare al fatto che la Compagnia era gestita a fini di lucro.
«”Dimentichi, caro Charlie, che il bracciante merita la sua paga” disse allegramente. È strano quanto alle donne manchi il contatto con la realtà. Vivono in un mondo tutto loro, e non c’è mai stato nulla che gli somigli, né mai ci potrà essere. È troppo bello e se mai riuscissero a realizzarlo, andrebbe in frantumi prima del tramonto. Qualche dannato fatto con cui noi uomini abbiamo felicemente convissuto fin dal giorno della creazione salterebbe fuori a mandare tutto all’aria.
«Dopo di che ricevetti un abbraccio, la raccomandazione di portare sempre la maglia di lana, di scrivere sovente e così via – e me ne andai. Per strada – non so perché – mi prese la curiosa sensazione di essere un impostore. Davvero strano che io, abituato a partire per qualsiasi angolo della terra con ventiquattro ore di preavviso e con meno cura di quanto un altro ci metta per attraversare la strada, abbia avuto un momento – non direi di esitazione, ma di allarme, davanti a quella faccenda così usuale. Non riesco a spiegarmi meglio se non dicendovi che per un secondo o due ebbi l’impressione di partire non per il centro di un continente, ma per il centro della terra.
«Partii con un piroscafo francese che toccò uno dopo l’altro tutti i dannati porti che hanno laggiù col solo scopo, per quanto potei capire, di sbarcare soldati e doganieri. Io guardavo la costa. Osservare la costa che scivola via lungo la nave è come pensare a un enigma. Eccola lì davanti a voi – sorridente, accigliata, invitante, grandiosa, meschina, insignificante o selvaggia e sempre muta, con l’aria di bisbigliare: vieni a scoprire. Quella era quasi priva di fattezze, come se fosse ancora in formazione, con un aspetto monotono e sinistro. L’orlo di una giungla colossale d’un verde così scuro da sembrare nero, bordato dalla risacca bianca, correva diritto come una linea tracciata col righello, lontano, lontano, lungo un mare azzurro il cui scintillio era velato da una foschia strisciante. Il sole era feroce, la terra pareva luccicare e stillare vapore. Qua e là appariva un grappolo di chiazze grigio-biancastre nella risacca bianca, che forse issavano una bandiera al vento – insediamenti vecchi di secoli, eppure non più grossi della capocchia di uno spillo sulla distesa intatta di quello sfondo. Procedevamo di gran carriera, ci fermavamo, sbarcavamo soldati; proseguivamo, sbarcavamo i doganieri per raccogliere imposte in quella che pareva una zona selvaggia e desolata, dimenticata da Dio, con una baracca di latta e un’asta di bandiera sperdute là in mezzo; sbarcavamo degli altri soldati – probabilmente per proteggere i doganieri. Si diceva che ne annegassero alcuni nella risacca; ma che fosse vero o no, sembrava non importare a nessuno. Li si scaraventava solamente là e si proseguiva. Ogni giorno la costa pareva identica, come se non ci fossimo mossi; ma superavamo diverse località – centri commerciali – con nomi come Gran’ Bassam e Little Popo; nomi che sembravano appartenere a qualche sordida farsa rappresentata davanti a un fondale sinistro. L’ozio del passeggero, il mio isolamento fra tutti quegli uomini con cui non avevo alcun punto di contatto, il mare languido e oleoso, la cupa uniformità della costa, tutto sembrava tenermi lontano dalla verità delle cose, nel travaglio di una lugubre e assurda allucinazione. La voce della risacca che si udiva di tanto in tanto era un vero piacere, una nota fraterna. Era una cosa naturale, aveva una propria ragione d’essere e un significato. Di tanto in tanto, una barca dalla riva stabiliva un contatto momentaneo con la realtà. Alle pagaie stavano dei negri. Di lontano si vedeva brillare il bianco dei loro occhi. Gridavano, cantavano; i corpi grondanti di sudore; quella gente aveva facce come maschere grottesche; ma aveva ossa, muscoli, una vitalità selvaggia, un’intensa energia nel movimento, naturale e autentica quanto la risacca lungo la loro costa. Non avevano bisogno di giustificare la loro presenza. Era un gran conforto stare a guardarli. Per un po’ sentivo di appartenere ancora a un mondo di fatti schietti, ma la sensazione non durava a lungo. Sopraggiungeva sempre qualcosa ad allontanarla. Una volta, ricordo, ci imbattemmo in una nave da guerra ancorata al largo della costa. Non c’era neppure una baracca in quel punto e la nave bombardava la boscaglia. A quanto pare i francesi erano impegnati in una delle loro guerre da quelle parti. La bandiera penzolava fiacca come uno straccio: da ogni punto dello scafo basso spuntavano le bocche dei lunghi cannoni da sei pollici; i flutti untuosi e viscidi sollevavano pigramente la nave e la lasciavano ricadere, facendo ondeggiare i suoi alberi sottili. In quella vuota immensità di terra, cielo e mare, eccola, incomprensibile, a far fuoco contro un continente. Pum, faceva un cannone da sei pollici, una fiammella guizzava e svaniva, un po’ di fumo bianco che subito spariva, un minuscolo proiettile lanciava un debole stridore – e non succedeva nulla. Nulla poteva succedere. C’era un tocco di follia in quella condotta, un senso di lugubre stramberia in quella vista; e non servì a dissiparlo che qualcuno a bordo mi assicurasse con convinzione che, nascosto laggiù da qualche parte, c’era un accampamento di indigeni – nemici li chiamò!
«Le consegnammo la posta (sentii dire che su quella nave solitaria gli uomini morivano di febbre al ritmo di tre al giorno) e proseguimmo. Facemmo scalo in altri posti dal nome farsesco, dove l’allegra danza della morte e del commercio procede nell’atmosfera immobile e terrosa di una catacomba surriscaldata; lungo tutta la costa uniforme bordata dalla pericolosa risacca, come se la Natura stessa avesse cercato di respingere gli intrusi; fuori e dentro i fiumi, correnti di morte in vita, le cui rive si decomponevano in mota, le cui acque, ispessite in limo, invadevano le mangrovie contorte, che parevano agitarsi verso di noi allo stremo di una disperazione impotente. Da nessuna parte ci fermammo abbastanza perché potessi ricavarne un’impressione particolareggiata, ma cresceva in me un indefinibile senso di sbigottimento vago e oppressivo. Era come un faticoso pellegrinaggio tra suggestioni d’incubo.
«Trascorsero più di trenta giorni prima che potessi scorgere la foce del grande fiume. Ci ancorammo al largo della sede dell’Amministrazione. Ma il mio lavoro sarebbe iniziato soltanto duecento miglia più all’interno. Così, appena mi fu possibile, partii per una località trenta miglia più in su.
«Ebbi un passaggio da un piccolo piroscafo. Il capitano era uno svedese e, avendo saputo che ero un uomo di mare, mi invitò sul ponte. Era giovane, snello, biondo e scontroso, con i capelli lisci e l’andatura strascicata. Mentre ci allontanavamo dal misero attracco, accennò sdegnosamente col capo alla riva. “Si è fermato lì?” chiese. “Sì” risposi. “Bei tipi quelli dell’Amministrazione – vero?” continuò parlando inglese con grande precisione e considerevole amarezza. “È strano quello che certa gente è disposta a fare per pochi franchi al mese. Mi chiedo che cosa diventino quei tipi quando se ne vanno all’interno.” Gli dissi che mi aspettavo di scoprirlo presto. “Davvero!” esclamò. Si spostò di traverso strascicando i piedi e continuando a fissare vigile davanti a sé. “Non ne sia tanto sicuro” aggiunse. “L’altro giorno ne ho raccolto uno che si era impiccato per strada. Era svedese pure lui.” “Si è impiccato! E perché, in nome di Dio?” gridai. Continuò a osservare la rotta con occhio attento. “Chissà. Troppo sole, o forse il paese.”
«Finalmente si aprì alla vista un tratto dritto del fiume. Apparve una rupe, mucchi di terra rimossa presso la spiaggia, delle case su una collina, altre con i tetti di lamiera tra una distesa di scavi, o aggrappate al declivio. Il fragore incessante delle rapide più a monte incombeva su quella scena di devastazione abitata. Moltissima gente, per lo più nera e nuda, si affaccendava come tante formiche. Un pontile si allungava nel fiume. A tratti un sole accecante sommergeva tutto ciò con una improvvisa recrudescenza di luce abbacinante. “Ecco la stazione della sua Compagnia” disse lo svedese indicando tre costruzioni di legno che parevano caserme sulla china rocciosa. “Le manderò su la roba. Quattro casse ha detto? Bene. Addio.”
«Mi imbattei in una caldaia rotolata sull’erba, quindi trovai un sentiero che conduceva su per la collina. Non procedeva diritto a causa di certi massi e di un piccolo carrello ferroviario che giaceva rovesciato a ruote all’aria. Gliene mancava una. Pareva la carcassa di qualche animale. Mi imbattei in altri pezzi di macchinari in rovina, in una catasta di rotaie arrugginite. A sinistra un folto d’alberi formava una chiazza d’ombra, in cui parevano muoversi debolmente delle cose scure. Strizzai gli occhi, il sentiero era ripido. A destra risuonò un corno e vidi i negri allontanarsi di corsa. Una detonazione greve e sorda scosse il terreno, uno sbuffo di fumo si alzò dalla rupe e fu tutto. Sulla superficie della roccia non apparve alcun cambiamento. Stavano costruendo una ferrovia. Non è che la rupe li intralciasse; eppure quelle inutili esplosioni erano l’unico lavoro in corso.
«Un lieve tintinnio alle mie spalle mi fece volgere il capo. Sei negri avanzavano in fila, arrancando lungo il sentiero. Camminavano lenti col busto eretto, bilanciando sulla testa dei cestelli pieni di terra e il tintinnio seguiva il ritmo dei loro passi. Intorno ai lombi portavano degli stracci neri, le cui corte estremità si agitavano dietro come code. Potevo contar loro le costole, e le giunture delle membra parevano nodi su di una corda; intorno al collo avevano tutti un anello di ferro, i collari erano uniti l’uno all’altro da una catena che oscillava in mezzo a loro tintinnando ritmicamente. Un’altra detonazione dalla rupe mi fece pensare d’un tratto a quella nave da guerra che avevo visto far fuoco contro un continente. Era la stessa specie di voce sinistra, ma neppure un grande sforzo d’immaginazione avrebbe permesso di definire quegli uomini nemici. Li chiamavano criminali e la legge oltraggiata, mistero insolubile venuto dal mare, era piombata su di loro come colpi di cannone. I toraci scarni ansimavano all’unisono, le narici violentemente dilatate fremevano, gli occhi impietriti fissavano la salita. Mi superarono a un palmo di distanza senza uno sguardo, con la completa e mortale indifferenza dei selvaggi infelici. Dietro quella materia grezza camminava avvilito un indigeno redento, il prodotto delle nuove forze al lavoro, bilanciando un fucile. Portava una giacca d’uniforme a cui mancava un bottone; e vedendo un bianco sul sentiero issò svelto l’arma sulla spalla. Semplice prudenza, poiché i bianchi si assomigliano tutti a una certa distanza e non poteva sapere chi fossi. Si rassicurò presto, e con un largo sorriso, bianco e mascalzone, e un’occhiata a quelli che aveva in custodia sembrò volermi includere nella sua esaltata responsabilità. Dopotutto partecipavo anch’io alla grande causa di questi mutamenti elevati e giusti.
«Invece di proseguire, mi voltai e scesi a sinistra. Avevo in mente di lasciar sparire quel gruppo in catene prima di risalire la collina. Sapete che non sono particolarmente tenero; ho dovuto colpire e difendermi. Ho dovuto resistere e a volte attaccare – che è solo un modo di difendersi – senza calcolarne esattamente il prezzo, secondo le esigenze del genere di vita in cui mi ero cacciato. Ho visto il demone della violenza, e il demone della cupidigia, e il demone della concupiscenza; ma per tutte le stelle! quelli erano demoni vigorosi, robusti, demoni dagli occhi di fiamma che dominavano e trascinavano gli uomini – uomini, vi dico. Ma sul fianco di quella collina previdi che nella luce accecante di quella terra avrei conosciuto il demone flaccido, bugiardo, dall’occhio spento, di una follia rapace e spietata. Quanto potesse essere insidioso l’avrei scoperto solo molti mesi dopo, a mille miglia da lì. Restai per un attimo sbigottito come in presenza di un ammonimento. Infine discesi la collina, piegando verso gli alberi che avevo visto.
«Evitai una vasta fossa artificiale scavata da qualcuno sul pendio per una ragione che non seppi immaginare. Non era una cava di pietra o di sabbia, comunque. Era soltanto una fossa. Forse era legata al desiderio filantropico di tenere in qualche modo i criminali occupati. Non so. Poi quasi caddi in una gola strettissima, poco più di una cicatrice nel fianco della collina. Scoprii che ci avevano gettato un mucchio di tubi di scarico importati per la colonia. Non ce n’era uno che non fosse rotto. Uno scempio gratuito. Finalmente giunsi sotto gli alberi. Avevo intenzione di passeggiare all’ombra per un momento; ma appena m’inoltrai, mi parve di essere penetrato nel cupo girone di qualche Inferno. Le rapide erano vicine e un fragore ininterrotto, uniforme, precipitoso e impetuoso colmava la funerea immobilità del boschetto, dove non soffiava un alito di vento né si muoveva una foglia, di un suono misterioso – come se all’improvviso si fosse potuto udire il moto vorticoso della terra lanciata nello spazio.
«Accucciate, distese, sedute tra gli alberi, c’erano delle forme nere appoggiate ai tronchi, tutt’uno con la terra, mezzo stagliate e mezzo confuse nella penombra, in tutti gli atteggiamenti del dolore, dell’abbandono, della disperazione. Sulla rupe esplose un’altra mina, seguita da un fremito leggero del terreno sotto i miei piedi. Il lavoro proseguiva. Il lavoro! E questo era il luogo in cui alcuni uomini impegnati in quel lavoro s’erano appartati per morire.
«Stavano lentamente morendo – era chiaro. Non erano nemici, non erano criminali, non erano nulla di terrestre, ormai – nient’altro che ombre nere di malattia e di inedia distese alla rinfusa nell’oscurità verdastra. Portati da tutti i recessi della costa con tutta la legalità dei contratti a termine, perduti in un ambiente sfavorevole, nutriti con cibi sconosciuti, si ammalavano, diventavano inefficienti e allora ottenevano di potersi trascinare in disparte a riposare. Quelle forme moribonde erano libere come l’aria e quasi altrettanto sottili. Incominciai a distinguere il luccicare degli occhi sotto gli alberi. Poi, abbassando lo sguardo, scorsi un viso accanto alla mia mano. Le lunghe ossa nere distese a terra, solo una spalla s’appoggiava all’albero, e lentamente le palpebre si alzarono e gli occhi incavati mi fissarono, enormi e vacui, una sorta di guizzo cieco, bianco nella profondità dell’orbita, che si spense lentamente. L’uomo sembrava giovane – quasi un ragazzo – ma sapete, con quella gente è difficile dirlo. Non trovai niente di meglio che offrirgli uno di quei biscotti che mi ero messo in tasca sulla barca del mio buon svedese. Lentamente le dita si chiusero intorno a esso e lo tennero stretto – non ci fu un altro movimento, né uno sguardo. Aveva legato intorno al collo un pezzo di lana bianca. – Perché? Dove l’aveva preso? Era un segno distintivo – un ornamento – un amuleto – un gesto propiziatorio? Era legato a qualche idea? Aveva un aspetto sorprendente intorno al collo nero, quel pezzo di filato bianco venuto da oltre oceano.
«Accanto allo stesso albero, altri due fagotti di angoli acuti sedevano con le gambe al petto. Uno, col mento appoggiato alle ginocchia, fissava il vuoto in modo insopportabile e spaventoso: il suo fantasma gemello appoggiava la fronte come vinto da una grande stanchezza; e tutt’intorno gli altri erano disseminati in ogni posa di prostrazione contorta come in un quadro di massacro o pestilenza. Mentre restavo impietrito dall’orrore, una di queste creature si alzò sulle ginocchia e si diresse carponi verso il fiume a bere. Lambì l’acqua dalla mano, poi si sedette al sole, incrociando gli stinchi davanti a sé, e poco dopo la testa lanuginosa gli ricadde sullo sterno.
«Non avevo più voglia di passeggiare nell’ombra e mi affrettai verso la stazione. Vicino agli edifici incontrai un bianco vestito con tanta inattesa eleganza che sulle prime lo presi per una specie di visione. Vidi un alto colletto inamidato, polsini bianchi, una giacca d’alpaca leggera, pantaloni candidi, una cravatta immacolata e stivaletti di vernice. Niente cappello. Scriminatura accurata, capelli impomatati sotto un parasole a strisce verdi sorretto da una grande mano bianca. Era stupefacente e portava dietro l’orecchio la cannuccia di una penna.
«Strinsi la mano a quel prodigio e appresi che era il ragioniere capo della Compagnia e che tutta la contabilità veniva svolta in quella stazione. Era uscito un attimo, disse, “a prendere una boccata d’aria fresca”. L’espressione suonava meravigliosamente bizzarra, con quel tanto che suggeriva di una vita sedentaria alla scrivania. Non vi avrei parlato affatto di quest’individuo se non fosse che proprio dalle sue labbra udii il nome dell’uomo a cui sono indissolubilmente legati i miei ricordi di quel periodo. Inoltre avevo rispetto per quel tipo. Sì; rispettavo il colletto, i grandi polsini, i capelli ordinati. Sembrava indubbiamente il manichino di un parrucchiere, ma nella demoralizzazione generale di quella terra, continuava a curare il proprio aspetto. Quella sì che è spina dorsale. I colletti inamidati e gli sparati inappuntabili erano conquiste del suo carattere. Era lì da quasi tre anni e in seguito non potei fare a meno di chiedergli come riuscisse a sfoggiare quei panni. Arrossì appena e rispose con modestia: “Ho insegnato a un’indigena di queste parti. È stato difficile. Non le piaceva quel lavoro”. Così quell’uomo aveva veramente compiuto qualcosa. Ed era devoto ai suoi registri, tenuti in ordine perfetto.
«Tutto il resto della stazione era in stato di scompiglio – teste, cose, edifici. File di negri coperti di polvere e dai piedi piatti andavano e venivano; un fiume di manufatti, cotonacci, perline e filo d’ottone partiva per le profondità della tenebra da cui in cambio tornava un prezioso rigagnolo d’avorio.
«Dovetti attendere dieci giorni alla stazione – un’eternità. Vivevo in una capanna nel cortile, ma per sfuggire al caos andavo a volte nell’ufficio del ragioniere. Era costruito con tavole orizzontali così mal sistemate che quando il ragioniere si piegava sull’alta scrivania era striato dal collo ai calcagni da sottili righe di sole. Non c’era bisogno di aprire le grandi imposte per vederci. Anche lì faceva caldo; dei mosconi ronzavano diabolicamente e non pungevano: pugnalavano. Di solito sedevo per terra mentre lui, impeccabile (e anche leggermente profumato), appollaiato su un alto sgabello, scriveva, scriveva. A volte si alzava per sgranchirsi un poco. Quando trasportarono nell’ufficio un letto a rotelle (qualche agente dell’interno reso invalido) mostrò un garbato fastidio. “I lamenti dell’ammalato” disse “distraggono la mia attenzione. E senza questa è estremamente difficile guardarsi dal commettere errori di registrazione in questo clima.”
«Un giorno osservò, senza alzare il capo: “All’interno incontrerà senz’altro Mr Kurtz”. Quando gli chiesi chi fosse Mr Kurtz, disse che era un agente di prima classe; e notando quanto m’avesse deluso quell’informazione, aggiunse lentamente, poggiando la penna: “È una persona davvero notevole”. Con altre domande riuscii a strappargli che al momento Mr Kurtz era a capo di una stazione commerciale, una molto importante, nella vera regione dell’avorio, “proprio laggiù in fondo. Manda tanto avorio quanto tutti gli altri messi insieme...”. Ricominciò a scrivere. L’infermo stava troppo male per lamentarsi. Le mosche ronzavano in una grande pace.
«Improvvisamente ci fu un mormorio crescente di voci e un grande scalpiccio. Era arrivata una carovana. Dall’altra parte del muro di tavole scoppiò un violento balbettio di suoni rozzi. I portatori parlavano tutti insieme, e in mezzo a quel clamore si udì la voce lamentevole dell’agente capo che per la ventesima volta in quel giorno annunciava in tono lacrimoso che “ci rinunciava”... Il ragioniere si alzò lentamente. “Che baccano spaventoso” disse. Attraversò delicatamente la stanza per guardare l’ammalato e ritornando mi disse: “Non sente”. “Cosa? Morto?” chiesi allarmato. “No, non ancora” rispose con grande compostezza. Poi, alludendo con un cenno del capo al tumulto nel cortile: “Quando bisogna fare delle registrazioni corrette, si finisce per odiare quei selvaggi – odiarli a morte”. Restò un attimo soprappensiero. “Quando vedrà Mr Kurtz, gli dica da parte mia che qui – lanciò un’occhiata alla scrivania – tutto procede in modo molto soddisfacente. Non mi va di scrivergli – con i nostri messaggeri non si sa mai in che mani può finire la corrispondenza – in quella Stazione Centrale.” Mi fissò per un attimo con quegli occhi miti, sporgenti. “Oh, farà strada, tanta strada” riprese. “Non ci vorrà molto prima che diventi qualcuno nell’Amministrazione. Quelli che stanno in alto – i Consiglieri in Europa, sa – ci contano.”
«Ritornò al lavoro. Il rumore fuori era cessato e uscendo subito dopo mi fermai sulla porta. Nel ronzio costante delle mosche, l’agente diretto in patria giaceva congestionato e insensibile; l’altro, chino sui libri, registrava correttamente operazioni perfettamente corrette; e una quindicina di metri più in giù scorgevo le cime immobili del boschetto della morte.
«Il giorno dopo partii finalmente con una carovana di sessanta uomini per una marcia di duecento miglia.
«Inutile che ve la racconti nei dettagli. Piste, piste dovunque; una rete di piste battute che si stendeva sulla terra vuota attraverso l’erba alta, attraverso l’erba bruciata, attraverso la boscaglia, giù e su per gole raggelanti, su e giù per colline pietrose e arroventate; e solitudine, solitudine, nessuno, non una capanna. La popolazione se n’era andata molto tempo prima. Be’, se un mucchio di negri misteriosi con terribili armi di ogni tipo si mettesse all’improvviso a scorrazzare sulla strada tra Deal e Gravesend, costringendo i bifolchi a destra e a manca a portare i loro carichi pesanti, immagino che ogni fattoria e casupola dei dintorni si svuoterebbe molto in fretta. Solo che lì se n’erano andate anche le abitazioni. Eppure attraversai diversi villaggi abbandonati. C’è qualcosa di pateticamente infantile nelle rovine di muri d’erba. Giorno dopo giorno, alle mie spalle passi decisi o strascicati di sessanta paia di piedi scalzi con un carico di sessanta libbre ciascuno. Accamparsi, cucinare, dormire, levare il campo, marciare. Di tanto in tanto un portatore morto sul lavoro, disteso nell’erba alta accanto al sentiero, con la zucca per l’acqua vuota e il lungo bastone al suo fianco. Tutt’intorno e nell’aria un gran silenzio. Forse in una notte quieta il fremito di tamburi lontani calava, si faceva più forte, un fremito immenso, fievole, un suono misterioso, commovente, suggestivo e selvaggio – e forse carico di significato come lo scampanio in un paese cristiano. Una volta un bianco con l’uniforme sbottonata, accampato sulla pista con una scorta armata di zanzibaresi allampanati, molto ospitale e festoso – per non dire ubriaco. Dichiarò che stava badando alla manutenzione della strada. Non posso dire di aver notato una strada o qualsiasi forma di manutenzione, a meno che il cadavere di un negro di mezza età, con un proiettile in mezzo agli occhi, su cui letteralmente inciampai tre miglia più in là non possa essere considerato una miglioria permanente. Avevo anche un compagno bianco, tutt’altro che spiacevole, a parte il fatto che era un po’ troppo in carne e aveva l’esasperante abitudine di svenire sui pendii infuocati a miglia di distanza dalla minima traccia d’acqua e di ombra. È seccante, sapete, tenere la propria giacca a mo’ di parasole sulla testa di un uomo aspettando che rinvenga. Non potei fare a meno di chiedergli una volta perché mai avesse deciso di venire laggiù. “Per far soldi, naturalmente. Che cosa crede?” aveva risposto, indignato. Poi prese la febbre e si dovette trasportarlo in un’amaca sospesa a un palo. Siccome pesava qualcosa più di un quintale, ebbi infinite discussioni con i portatori. Rifiutavano di proseguire, fuggivano, se la svignavano col carico nottetempo – un vero ammutinamento. Così, una sera, feci un discorso in inglese accompagnandolo con gesti che i sessanta paia d’occhi davanti a me registrarono a uno a uno e la mattina dopo feci partire l’amaca davanti senza problemi. Un’ora dopo scoprii che tutto era rovinato in un cespuglio – uomo, amaca, lamenti, coperte, orrori. Il palo pesante gli aveva scorticato il povero naso. Era impaziente di vedermi ammazzare qualcuno, ma non c’era neppure l’ombra di un portatore in giro. Ricordai il vecchio dottore – “Sarebbe interessante, per la scienza, osservare sul posto i mutamenti mentali degli individui”. Sentii che stavo diventando scientificamente interessante. Comunque, tutto questo non ha importanza. Il quindicesimo giorno avvistai nuovamente il grande fiume ed entrai zoppicando nella Stazione Centrale. Si trovava su un’ansa di acqua stagnante circondata da arbusti e foresta, con un bell’orlo di fango putrido da un lato e cintata sugli altri tre da uno steccato irregolare di giunchi. Come cancello aveva un varco trascurato e una semplice occhiata al posto era sufficiente a capire che lì era il demone della fiacchezza a farla da padrone. In mezzo agli edifici, apparvero indolenti alcuni bianchi con dei lunghi bastoni in mano, si avvicinarono lentamente per guardarmi e poi scomparvero da qualche parte. Uno di loro, un tipo robusto ed eccitabile con i baffi neri, appena gli ebbi detto chi ero, mi informò con grande loquacità e molte digressioni che il mio vapore si trovava in fondo al fiume. Restai esterrefatto. Che cosa, come, perché? Oh, era tutto “a posto”. C’era il “direttore in persona”. Tutto come doveva essere. “Si sono comportati tutti in modo splendido, splendido! – Deve andare immediatamente” continuò agitato “a parlare col direttore generale. La sta aspettando!”
«Non compresi subito il vero significato di quel naufragio. Mi pare di capirlo ora, ma non ne sono sicuro – proprio per nulla. Certo la cosa era troppo stupida – a ripensarci – per essere del tutto naturale. Eppure... Ma al momento si presentava soltanto come una dannata seccatura. Il vapore era affondato. Erano partiti due giorni prima, con una fretta improvvisa su per il fiume col direttore a bordo e al comando un volontario che si era offerto di fare il capitano; e meno di tre ore dopo ne laceravano il fondo sulle pietre e il battello affondava vicino alla riva meridionale. Mi chiesi che cosa mi restasse da fare ora che la mia barca era andata perduta. In realtà ebbi un gran daffare a ripescare il mio comando dal fondo del fiume. Dovetti mettermi all’opera l’indomani stesso. Quel lavoro, e le riparazioni quando riportai i pezzi alla stazione, richiesero alcuni mesi.
«Il primo colloquio con il direttore fu curioso. Non mi invitò a sedere dopo la camminata di venti miglia di quella mattina. Aveva carnagione, lineamenti, modi e voce banali. Era di statura media e di corporatura normale. Gli occhi, del solito azzurro, erano forse particolarmente freddi e certo sapeva far cadere sguardi penetranti e grevi come una scure. Ma persino in quei momenti il resto della sua persona sembrava sconfessarne l’intenzione. Altrimenti aveva sulle labbra solo un’espressione indefinibile, un po’ furtiva – un sorriso – no, non un sorriso – la ricordo, ma non riesco a definirla. Era inconscio quel sorriso, benché per un attimo si facesse più intenso ogni volta che diceva qualcosa. Giungeva alla fine della frase come un sigillo apposto sulle parole per rendere il significato della locuzione più comune assolutamente imperscrutabile. Era un semplice trafficante che sin da giovane aveva lavorato da quelle parti – niente di più. Era ubbidito, eppure non ispirava amore né paura e neppure rispetto. Ispirava disagio. Ecco! Disagio. Non una diffidenza precisa – solo disagio – niente di più. Non avete idea di quanto possa essere efficace una... una... facoltà del genere. Non aveva nessuna dote per l’organizzazione, l’iniziativa o perfino l’ordine. Come dimostrava chiaramente lo stato deplorevole della stazione. Non era istruito, né intelligente. Gli era arrivata quella carica – chissà perché? Forse perché non si era mai ammalato... Aveva lavorato laggiù per tre periodi di tre anni ciascuno... Perché la salute trionfante nel disfacimento generale è una sorta di potere di per sé. Quando tornava a casa in licenza gozzovigliava alla grande – fastosamente. Come un marinaio a terra – con una differenza – solo nell’esteriorità. Questo lo si capiva dai suoi discorsi occasionali. Non creava nulla, faceva funzionare il solito tran tran – tutto lì. Eppure era grande. Era grande per via di una cosa da nulla: era impossibile capire che cosa potesse esercitare un controllo su un uomo simile. Non lasciò mai trapelare quel segreto. Forse non aveva dentro nulla. Ci si arrestava davanti a questo sospetto – perché laggiù non c’erano controlli esterni. Una volta, quando quasi ogni “agente” della stazione era stato assalito da svariate malattie tropicali, lo sentirono dire: “Gli uomini che vengono quaggiù non dovrebbero avere budella”. Aveva sigillato la frase con quel suo sorriso, come se fosse stata una porta aperta sulle tenebre di cui aveva la custodia. Uno immaginava di aver visto qualcosa – ma c’era il sigillo. Seccato dalle continue discussioni dei bianchi sulle precedenze all’ora dei pasti, ordinò un’immensa tavola rotonda per cui dovettero costruire un locale apposta. Quella era la mensa della stazione. Dove si sedeva lui era il posto d’onore – il resto era nulla. Si sentiva che questa era la sua inalterabile convinzione. Non era cortese, né scortese. Era tranquillo. Permetteva che il suo “boy” – un negretto della costa un po’ troppo ben nutrito – trattasse con provocatoria impertinenza i bianchi proprio sotto i suoi occhi.
«Incominciò a parlare nel momento stesso in cui mi vide. Ci avevo messo troppo ad arrivare. Non poteva aspettare. Era dovuto partire senza di me. Le stazioni a monte dovevano ricevere il cambio. C’erano già stati troppi ritardi e lui non sapeva più chi fosse vivo o morto, e come andavano le cose – eccetera eccetera. Non prestò la minima attenzione alle mie spiegazioni e, giocando con un bastoncino di ceralacca, ripeté più volte che la situazione era “gravissima, gravissima”. Correva voce che una stazione molto importante fosse in pericolo e che il suo capo, Mr Kurtz, fosse malato. Sperava che non fosse vero. Mr Kurtz era... Mi sentivo stanco e irritabile. Al diavolo Kurtz, pensai. Lo interruppi dicendo che avevo sentito parlare di Mr Kurtz sulla costa. “Ah! Così parlano di lui, laggiù” mormorò tra sé. Poi ricominciò assicurandomi che Mr Kurtz era il migliore agente che avesse, un uomo eccezionale, della massima importanza per la Compagnia; e quindi potevo comprendere la sua ansia. Disse che era “molto, molto inquieto”. Di sicuro si agitava non poco sulla sedia, esclamò: “Ah, Mr Kurtz!”, ruppe il bastoncino di ceralacca e sembrò ammutolito dall’incidente. Quando si riprese, volle sapere “quanto tempo ci sarebbe voluto”... Lo interruppi di nuovo. Avevo fame, sapete, e costretto a stare in piedi per di più, stavo montando su tutte le furie. “Come faccio a saperlo?” dissi. “Non ho ancora visto il relitto – qualche mese, senza dubbio.” Quella conversazione mi pareva così inutile. “Qualche mese” disse lui. “Be’, diciamo tre mesi prima di poter partire. Sì. Dovrebbero bastare per la faccenda.” Mi precipitai fuori dalla sua capanna (viveva tutto solo in una capanna d’argilla con una specie di veranda) borbottando tra me quello che pensavo di lui. Idiota d’un ciarlone. In seguito mi ricredetti, quando mi resi conto con stupore dell’estrema precisione con cui aveva calcolato il tempo che ci sarebbe voluto per sistemare “la faccenda”.
«Mi misi all’opera l’indomani, dando le spalle, per così dire, alla stazione. Solo in quel modo mi pareva che avrei potuto mantenere la presa sui fatti consolanti della vita. Però ogni tanto bisogna pur guardarsi intorno, e allora vedevo la stazione e gli uomini nel cortile gironzolare senza scopo sotto il sole. A volte mi chiedevo che senso avesse tutto ciò. Vagavano di qua e di là con in mano quei lunghi bastoni, come tanti pellegrini miscredenti che un incantesimo costringesse entro un recinto in sfacelo. Nell’aria risuonava la parola “avorio”, la si sentiva sussurrare, sospirare. Sembrava che le innalzassero preghiere. Da tutto ciò spirava un lezzo di rapacità imbecille, come una zaffata da qualche cadavere. Per Giove! Non ho mai visto nulla di tanto irreale in vita mia. E fuori, la terra selvaggia e silenziosa che circondava quella minuscola radura mi pareva grande e invincibile quanto il male o la verità, attendendo pazientemente la scomparsa di quell’invasione grottesca.
«Oh, che mesi! Be’, non ha importanza. Accaddero diverse cose. Una sera una capanna d’erba piena di calicò, cotoni stampati, perline e non so che altro, andò in fiamme con una rapidità tale che pareva la terra si fosse spalancata perché un fuoco vendicatore consumasse tutte quelle cianfrusaglie. Fumavo tranquillamente la pipa accanto al mio vapore smantellato e li vedevo saltellare tutti nella luce con le braccia al cielo, quando il tipo robusto con i baffi arrivò di corsa al fiume con un secchiello di latta in mano, mi assicurò che “si stavano comportando tutti splendidamente, splendidamente”, prese forse un litro d’acqua e corse via di nuovo. Notai che c’era un buco nel fondo del secchiello.
«Mi avviai lentamente. Non c’era fretta. Vedete, aveva preso fuoco come una scatola di fiammiferi. Sin dal primo momento la cosa era irreparabile. La fiamma si era levata alta, allontanando tutti, aveva incendiato tutto – e s’era accasciata. La capanna era ormai un mucchio di tizzoni ardenti. Poco distante stavano bastonando un negro. Dicevano che aveva provocato l’incendio in qualche modo; comunque fosse, strillava orribilmente. Lo vidi poi, per diversi giorni, seduto in una macchia d’ombra con l’aria molto sofferente, che cercava di riprendersi; quindi si alzò e se ne andò – e la natura selvaggia se lo riprese in seno senza il minimo rumore. Mentre dal buio mi avvicinavo al fuoco, mi trovai alle spalle di due uomini che stavano parlando. Sentii pronunciare il nome di Kurtz, poi le parole “approfittare di questo sfortunato incidente”. Uno dei due era il direttore. Gli augurai la buona sera. “Ha mai visto niente di simile – eh? è incredibile” disse, e si allontanò. L’altro rimase. Era un agente di prima classe, giovane, distinto, un po’ riservato, con una barbetta biforcuta e il naso a uncino. Era piuttosto scostante con gli altri agenti che, per contro, dicevano fosse la spia del direttore. Quanto a me, gli avevo a malapena rivolto la parola prima di allora. Ci mettemmo a discorrere e poco dopo ci allontanammo dalle rovine sibilanti. Poi m’invitò nella sua stanza che si trovava nell’edificio principale della stazione. Accese un fiammifero e mi resi conto che il giovane aristocratico non solo possedeva un nécessaire d’argento, ma anche un’intera candela tutta per sé. Proprio in quel periodo l’unica persona ad avere diritto alle candele era il direttore. Le pareti d’argilla erano coperte di stuoie indigene e una collezione di lance, zagaglie, scudi, coltelli, era appesa a mo’ di trofei. A quell’individuo era stata assegnata la fabbricazione dei mattoni – così mi avevano detto; ma in tutta la stazione non c’era l’ombra di laterizi e quel tipo si trovava lì da più di un anno – in attesa. Pareva che non potesse fare i mattoni perché gli mancava qualcosa, non so che cosa – paglia forse. Comunque da quelle parti non se ne trovava, ed essendo piuttosto improbabile che gliela spedissero dall’Europa, non mi era chiaro che cosa stesse aspettando. Forse un atto straordinario della creazione. Ad ogni modo aspettavano tutti – tutti quei sedici o venti pellegrini – qualcosa; e parola mia non sembrava affatto un’occupazione spiacevole, a giudicare dal modo in cui la prendevano, benché – per quel che potevo vedere – la sola cosa che mai giungesse loro era qualche malattia. Ingannavano il tempo sparlando e complottando scioccamente l’uno contro l’altro. Nella stazione aleggiava un’aria di congiura, ma naturalmente non ne veniva fuori nulla. Era irreale quanto tutto il resto – come le pretese filantropiche di tutta l’impresa, come le loro chiacchiere, l’Amministrazione, la messa in scena di operosità. L’unico sentimento reale era il desiderio di essere assegnati a una stazione commerciale in cui ci fosse l’avorio, così da guadagnarne le percentuali. Complottavano, calunniavano, si odiavano soltanto per quella ragione – ma quanto a muovere effettivamente un dito – oh no. Santo Cielo! Dopo tutto c’è un po’ di giustizia a questo mondo se a un uomo è concesso di rubare un cavallo, mentre un altro non può nemmeno guardare la cavezza. Ruba un cavallo senza indugi. Molto bene. L’ha fatto. Forse sa cavalcare. Ma c’è un modo di guardare la cavezza che strapperebbe un calcio anche al santo più caritatevole.
«Non avevo la minima idea del perché cercasse di socializzare, ma nel corso della conversazione mi resi conto all’improvviso che il tipo mirava a qualcosa – e precisamente a farmi cantare. Alludeva continuamente all’Europa, alla gente che avrei dovuto conoscere là – faceva domande tendenziose sulle mie conoscenze nella città sepolcrale e così via. Dalla curiosità gli brillavano gli occhietti come dischi di mica, benché cercasse di mantenersi un tantino arrogante. Dapprima mi stupii, ma molto presto fui preso dall’irresistibile curiosità di vedere che cosa sarebbe riuscito a scoprire da me. Non riuscivo assolutamente a immaginare che cosa c’era in me di tanto prezioso per lui. Era davvero bello vedere quanto si ingannasse dato che, a dire il vero, il mio corpo era pieno solo di brividi e in testa non avevo altro che quel dannato affare del vapore. Era evidentemente convinto che fossi uno sfacciato bugiardo. Alla fine si adirò e, per nascondere un gesto di infuriata irritazione, sbadigliò. Mi alzai. Poi notai su un pannello un piccolo bozzetto a olio che rappresentava una donna bendata con indosso un drappo e in mano una fiaccola accesa. Lo sfondo era scuro, quasi nero. Il movimento della donna era solenne e l’effetto della fiamma sul suo viso, sinistro.
«Ciò attirò la mia attenzione, ed egli si avvicinò cortesemente reggendo una bottiglia di champagne da un quarto (medicinale di conforto) nel cui collo era infilata la candela. Alla mia domanda rispose che l’aveva dipinta Kurtz – proprio in quella stazione più di un anno prima – mentre attendeva il mezzo per raggiungere la sua postazione. “Per favore” gli chiesi, “mi dica chi è questo Mr Kurtz.”
«”Il capo della Stazione Interna” rispose bruscamente, distogliendo lo sguardo. “Molto obbligato” dissi ridendo. “E lei è il fabbricante di mattoni della Stazione Centrale. Questo lo sanno tutti.” Per un attimo restò in silenzio. “È un prodigio” disse infine. “È un emissario di pietà e scienza e progresso e solo il diavolo sa che altro. Abbiamo bisogno” d’un tratto si mise a declamare “a guida della causa che c’è stata, per così dire, affidata dall’Europa, di una comprensione superiore, di una vasta solidarietà, di unità di intenti.” “Chi lo dice?” chiesi. “Tanta gente” rispose. “C’è anche chi lo scrive; e così lui arriva qui, un essere particolare, come lei dovrebbe sapere.” “Perché dovrei saperlo?” lo interruppi sinceramente sorpreso. Non mi prestò attenzione. “Sì. Oggi è a capo della stazione migliore. Il prossimo anno sarà vicedirettore, ancora due anni e... ma lei sa senz’altro che cosa sarà diventato tra un paio d’anni. Voi appartenete alla nuova congrega – la congrega della virtù. La stessa gente che ha mandato proprio lui ha anche raccomandato lei. Oh, non dica di no. Mi fido dei miei occhi.” Tutto mi fu improvvisamente chiaro. Le conoscenze influenti della mia cara zia stavano producendo un effetto inatteso su quel giovanotto. Quasi scoppiai a ridere. “Legge per caso la corrispondenza riservata della Compagnia?” chiesi. Non trovò parole per rispondere. Era molto divertente. “Quando Mr Kurtz” continuai severo, “sarà direttore generale, non ne avrà più occasione.”
«Spense improvvisamente la candela e uscimmo. Si era levata la luna. Delle figure nere, muovendosi svogliatamente, versavano acqua sul fuoco, da cui proveniva un sibilo; il vapore si alzava nel chiaro di luna; il negro bastonato gemeva da qualche parte. “Che baccano fa quella bestia!” disse l’infaticabile tipo con i baffi, comparendo accanto a noi. “Gli sta bene. Trasgressione – punizione – pam! Senza pietà, senza pietà. È l’unico modo. Questo eviterà altre conflagrazioni in futuro. Stavo proprio dicendo al direttore...” Notò il mio compagno e abbassò immediatamente la cresta. “Non ancora a letto” disse con una sorta di cordialità servile; “è naturale. Ah! Pericolo – agitazione.” Svanì. Mi diressi verso la riva del fiume e l’altro mi seguì. Udii un mordace bisbiglio all’orecchio: “Mucchio di cialtroni, andate al...”. Si scorgevano capannelli di pellegrini che gesticolavano, discutevano. Molti stringevano ancora in mano i bastoni. Sono convinto che li portassero a letto con loro quei bastoni. Oltre lo steccato la foresta si ergeva spettrale al chiaro di luna e attraverso la confusa agitazione, attraverso suoni indistinti di quel cortile deplorevole, il silenzio della terra penetrava in fondo al cuore – il suo mistero, la sua grandezza, la straordinaria realtà della vita nascosta. Da qualche parte lì vicino, il negro bastonato si lamentava debolmente, poi trasse un sospiro profondo che mi spinse ad allungare il passo per allontanarmi di là. Sentii una mano introdursi sotto il mio braccio. “Mio caro signore” disse il tipo, “non vorrei essere frainteso e soprattutto da lei che vedrà Mr Kurtz molto prima di quanto io possa avere il piacere. Non vorrei che lui si facesse un’idea errata della mia disposizione d’animo...”
«Lo lasciai proseguire, quel Mefistofele di cartapesta, e mi pareva che se ci avessi provato avrei potuto attraversarlo con un dito senza trovare nulla fuorché un po’ di sudiciume, forse. Capite, aveva progettato di diventare in breve vicedirettore sotto il capo attuale e mi resi conto che l’arrivo di quel Kurtz li aveva sconvolti entrambi non poco. Parlava concitatamente e io non cercai di fermarlo. Appoggiavo le spalle al relitto del mio vapore, trasportato sul pendio come la carcassa di qualche grossa bestia fluviale. Avevo nelle narici l’odore del fango, il fango primordiale, per Giove! davanti agli occhi avevo l’alta immobilità della foresta primordiale; c’erano delle chiazze lucenti sull’insenatura nera. La luna aveva steso sopra ogni cosa una sottile patina d’argento – sull’erba lussureggiante, sul fango, sul muro di intricata vegetazione più alto del muro d’un tempio, sul grande fiume, che attraverso un varco cupo vedevo brillare, brillare, mentre scorreva ampio senza un solo mormorio. Tutto ciò era grande, carico di anticipazione, muto, intanto che l’uomo ciarlava di sé. Mi chiedevo se la quiete sul volto dell’immensità che ci fissava fosse un appello o una minaccia. Che cosa eravamo mai noi, smarriti là in mezzo? Avremmo saputo domare quella cosa muta o sarebbe stata lei a dominarci? Sentii quanto grande, quanto dannatamente grande fosse quella cosa che non poteva parlare e forse neanche ci sentiva. Che c’era là dentro? Vedevo uscirne un po’ d’avorio e avevo sentito che dentro c’era Mr Kurtz. Ne avevo sentito parlare a sufficienza – lo sa Dio! Eppure da ciò non traspariva alcuna immagine – non più che se mi avessero detto che c’era dentro un angelo o un demonio. Ci credevo come qualcuno di voi potrebbe credere che Marte è abitato. Una volta ho conosciuto un velaio scozzese che era certo, sicurissimo che ci fosse gente su Marte. Se gli si chiedeva che aspetto avessero, secondo lui, o come si comportassero, si faceva timido e mormorava qualcosa come che “camminavano a quattro zampe”. E se vi sfuggiva un sorriso – benché avesse sessant’anni – vi sfidava a battervi con lui. Io non sarei arrivato al punto di battermi per Kurtz, ma per lui arrivai quasi a mentire. Sapete quanto odi, detesti e non possa sopportare la menzogna, non perché sia più onesto degli altri, ma semplicemente perché mi spaventa. C’è un alito letale, un sapore di mortalità nelle menzogne – ed è esattamente ciò che odio e detesto al mondo – ciò che voglio dimenticare. Mi avvilisce e mi nausea, come se addentassi qualcosa di marcio. Temperamento, suppongo. Be’, mi ci avvicinai abbastanza lasciando credere a quel giovane sciocco tutto quello che gli piaceva immaginare della mia influenza in Europa. In un istante divenni una finzione quanto il resto dei pellegrini stregati. Questo semplicemente perché mi pareva che in qualche modo avrei potuto essere d’aiuto a quel Kurtz che al momento non vedevo – capite. Per me era soltanto una parola. Non vedevo l’uomo nel nome, più di quanto lo vediate voi. Lo vedete? Vedete la storia? Vedete qualcosa? Per me è come se stessi cercando di raccontarvi un sogno – un tentativo inutile perché non c’è modo di comunicare a parole la sensazione del sogno, quel miscuglio di assurdità, sorpresa e stupore in un fremito di lotta e ribellione, la consapevolezza di essere preda dell’incredibile, che è l’essenza stessa dei sogni...»
Per un po’ restò in silenzio.
«... No, è impossibile; è impossibile comunicare la sensazione di vita di qualsiasi fase della propria esistenza – ciò che ne costituisce la verità, il significato – l’essenza sottile e penetrante. È impossibile. Si vive come si sogna – soli...»
Fece un’altra pausa come di riflessione, poi aggiunse:
«Naturalmente in questo voialtri vedete più di quanto potessi vedere io allora. Voi vedete me, che conoscete...»
Si era fatto buio così pesto che noi ascoltatori riuscivamo a malapena a scorgerci. Da tempo lui, seduto in disparte, non era altro che una voce per noi. Nessuno pronunciò parola. Poteva darsi che gli altri dormissero, ma io ero sveglio. Ascoltavo, ascoltavo, attendendo all’erta la frase, la parola che mi avrebbe permesso di comprendere l’indefinibile disagio ispirato da quel racconto che sembrava prendere forma senza il bisogno di labbra umane nell’aria greve della notte sul fiume.
«... Sì – lo lasciai proseguire» riprese Marlow, «e credere quel che voleva del potere che stava dietro di me. Proprio così! E non c’era niente dietro di me! Non c’era nulla fuorché quel povero vecchio vapore semidistrutto a cui m’appoggiavo mentre lui parlava senza posa della “necessità che ogni uomo ha di farsi strada”. “E quando si viene qui, lei capisce, non è certo per guardare la luna!” Mr Kurtz era un “genio universale”, ma perfino un genio avrebbe trovato più semplice lavorare “con gli attrezzi adeguati – uomini intelligenti”. Non fabbricava mattoni – certo, era materialmente impossibile – come sapevo bene; e se faceva da segretario al direttore era perché “nessun uomo un po’ assennato rifiuta senza motivo la fiducia dei superiori”. Capivo, no? Capivo. Che cosa volevo di più? Quel che volevo davvero erano dei rivetti, per Dio! Rivetti. Per continuare il lavoro – per tappare la falla. Dei chiodi volevo. Ce n’erano casse intere sulla costa – casse – accatastate – sfondate – sfasciate! Nel cortile della stazione sul fianco della collina si inciampava su un rivetto ogni due passi. I rivetti erano rotolati giù fino al boschetto della morte. A prendersi la briga di chinarsi, ci si poteva riempire le tasche di quei rivetti – e qui dove ce n’era bisogno non si trovava neppure l’ombra di un rivetto. Avevamo delle lamiere che potevano andare bene, ma niente per fissarle. E ogni settimana il corriere, un negro solitario con il sacco della posta sulle spalle e il bastone in mano, partiva dalla stazione diretto alla costa. E più volte alla settimana dalla costa arrivava una carovana di merci di scambio – del calicò lustro e disgustoso che faceva rabbrividire solo a guardarlo, delle perline di vetro che valevano più o meno un soldo alla libbra, degli orribili fazzoletti di cotone a pallini. E neanche un rivetto. Sarebbero bastati tre uomini a trasportare il necessario per rimettere a galla il vapore.
«Stava abbandonandosi alle confidenze ora, ma immagino che alla fine il mio atteggiamento indifferente dovesse averlo esasperato, poiché reputò necessario informarmi che non temeva Dio, né il diavolo e tanto meno un semplice mortale. Dissi che me ne rendevo perfettamente conto, ma che avevo bisogno di una certa quantità di rivetti – e che i rivetti erano proprio quello che avrebbe voluto Mr Kurtz, se solo l’avesse saputo. Ora, tutte le settimane venivano mandate delle lettere sulla costa... “Mio caro signore” gridò “io scrivo sotto dettatura.” Io esigevo dei rivetti. E c’era il modo – per un uomo intelligente. Cambiò condotta; diventò freddissimo e si mise a parlare improvvisamente di un ippopotamo; si chiedeva se dormendo a bordo del vapore (non abbandonavo mai il mio relitto, né di giorno né di notte) non ne provassi turbamento. C’era un vecchio ippopotamo che aveva la pessima abitudine di saltar fuori la notte e vagabondare sul terreno della stazione. I pellegrini facevano delle sortite in massa e gli scaricavano addosso tutti i fucili su cui riuscivano a mettere le mani. Alcuni avevano addirittura vegliato notti intere di attesa. Tutta energia sprecata, però. “Quell’animale ha una vita fatata,” disse “ma è una cosa che succede soltanto alle bestie in questo paese. Non c’è uomo – mi comprende? – non c’è uomo qui che possegga una vita fatata.” Restò un attimo sotto il chiaro di luna con il naso delicato adunco e un poco storto e gli occhi di mica che luccicavano senza battere ciglio, poi si allontanò con un secco “Buona notte”. Mi resi conto che era preoccupato e piuttosto perplesso, e la cosa mi diede più speranza di quanto non ne avessi avuta da tempo. Fu un gran conforto passare da quell’individuo al mio influente amico, quella latta ammaccata, contorta, sfasciata, d’un vapore. Mi arrampicai a bordo. Risuonava sotto i miei piedi come una scatola vuota di biscotti Huntley & Palmer presa a calci lungo un fossato; non era altrettanto solido di fattura ed era molto meno bello, ma con tutto il duro lavoro che m’era costato, mi ci ero affezionato. Nessun amico influente avrebbe potuto rendermi miglior servizio. Mi aveva dato l’occasione di mettermi un po’ alla prova – di scoprire che cosa sapevo fare. No, non mi piace il lavoro. Preferirei poltrire pensando a tutte le belle cose che si possono fare. Non mi piace il lavoro – a nessuno piace – ma mi piace quel che c’è nel lavoro – l’occasione di scoprire se stessi. La propria realtà – per sé, non per gli altri – ciò che nessun altro uomo potrà mai sapere. Gli altri possono soltanto vedere l’apparenza, senza poter mai sapere che cosa significhi veramente.
«Non fui sorpreso di vedere qualcuno seduto a poppa, sul ponte, con le gambe penzoloni sul fango. Vedete, avevo fatto amicizia con i pochi meccanici della stazione che gli altri pellegrini naturalmente disdegnavano – per via delle loro maniere imperfette, suppongo. Questo era il caposquadra – un calderaio di professione – un buon operaio. Era un tipo magro, tutt’ossa, con la faccia gialla e gli occhi grandi ed espressivi. Sembrava sempre preoccupato e aveva la testa calva quanto il palmo di una mano, ma pareva che i capelli, nel cadergli, gli fossero rimasti attaccati al mento, e nella nuova ubicazione avessero prosperato, dato che la barba gli arrivava alla cintola. Era vedovo con sei bambini (li aveva lasciati a una sorella per venire laggiù), e la passione della sua vita erano i piccioni viaggiatori. Era un entusiasta e un esperto. Andava matto per i piccioni. A volte, dopo l’orario di lavoro, lasciava la capanna e veniva a parlare dei suoi figli e dei suoi piccioni; al lavoro, quando doveva strisciare nel fango sotto la chiglia del battello, si legava la barba in una specie di salvietta bianca che portava per quello scopo. Aveva due cappi per fissarla alle orecchie. Di sera lo si poteva vedere accovacciato sulla riva a risciacquare con gran cura la salvietta nell’insenatura per poi stenderla solennemente su un cespuglio ad asciugare.
«Gli diedi una manata sulla schiena e urlai: “Avremo i chiodi!”. Si rialzò in piedi esclamando: “No! I chiodi!” come se non potesse credere alle sue orecchie. Quindi, sottovoce: “Lei... eh?”. Non so perché ci comportavamo come matti. Misi un dito a lato del naso e annuii misteriosamente. “Bravo!” gridò, schioccò le dita sulla testa alzando un piede. Accennai un passo di giga. Ci mettemmo a saltellare sul ponte di ferro. Dallo scafo si alzò un frastuono spaventoso e la foresta vergine sull’altra riva dell’insenatura lo rimandò come un rombo tonante sulla stazione addormentata. Più di un pellegrino doveva esser saltato a sedere nella baracca. Una figura nera oscurò la soglia illuminata della capanna del direttore, svanì, poi, un secondo o due dopo, svanì anche la soglia. Ci fermammo e il silenzio scacciato dai nostri piedi rifluì dai recessi della terra. Il grande muro di vegetazione, una massa esuberante e intricata di tronchi, rami, foglie, frasche, liane, immobili sotto il chiaro di luna, era come un’invasione ribelle di vita muta e insondabile, un’ondata di piante gonfia, increspata, pronta a riversarsi sull’insenatura, a spazzar via ognuno di noi piccoli uomini dalla nostra piccola esistenza. E non si muoveva. Uno scoppio smorzato di spruzzi e sbuffi potenti ci giunse da lontano, come se un ittiosauro stesse facendo un bagno di luce nel grande fiume. “Dopotutto” disse il calderaio in tono ragionevole, “perché non dovrebbero arrivarci i chiodi?” Giusto, perché no? Non conoscevo nessuna ragione per cui non dovessero arrivarci. “Saranno qui fra tre settimane” dissi fiducioso.
«Ma non arrivarono. Invece dei chiodi arrivò un’invasione, un castigo, un flagello. Arrivò a scaglioni durante quelle tre settimane, ogni scaglione guidato da un asino con sopra un bianco vestito di nuovo con le scarpe tinta coloniale, che di lassù s’inchinava a destra e a manca davanti ai pellegrini impressionati. Alle calcagna dell’asino seguiva una frotta litigiosa di negri con i musi lunghi e i piedi doloranti; un mucchio di tende, sedie da campo, scatole di latta, casse bianche, balle marroni, veniva scaricato nel cortile e l’aria di mistero s’ispessiva un po’ sullo scompiglio della stazione. Ne arrivarono cinque di quegli scaglioni, con l’aria assurda di fuggire disordinatamente col bottino di innumerevoli negozi di provviste e attrezzature che sembravano trascinare, dopo la rapina, in quella terra selvaggia per dividerlo equamente. Era una confusione inestricabile di cose di per sé oneste, ma a cui l’umana follia aveva dato l’aspetto delle spoglie di un saccheggio.
«Questa banda di devoti si faceva chiamare la Spedizione Esploratrice Eldorado e credo che fossero legati al segreto da un giuramento. I loro discorsi, comunque, erano i discorsi di sordidi pirati: avventati senza ardimento, avidi senza audacia e crudeli senza coraggio; in tutta quella marmaglia non c’era un solo briciolo di previdenza o di serie intenzioni e non sembravano avvedersi di quanto necessarie siano quelle cose per il lavoro di questo mondo. Il loro unico desiderio era di strappare tesori alle viscere della terra e non erano sostenuti da un fine morale più di quanto lo siano dei ladri intenti a scassinare una cassaforte. Chi pagasse le spese della nobile impresa non lo so; ma a capo di quella gentaglia c’era lo zio del nostro direttore.
«D’aspetto somigliava al macellaio di un quartiere povero e negli occhi aveva impresso uno sguardo di astuzia sorniona. Ostentava un gran pancione sulle gambe corte e durante tutto il tempo in cui la sua congrega infestò la stazione non parlò ad altri che a suo nipote. Li si vedeva in giro tutto il giorno testa a testa, impegnati in interminabili confabulazioni.
«Avevo rinunciato a preoccuparmi per i chiodi. La capacità umana per quel genere di follie è più limitata di quanto si possa credere. Dissi: “Al diavolo!” – e lasciai che le cose andassero per il loro verso. Avevo tutto il tempo per meditare e a volte pensavo a Kurtz. Non è che mi interessasse molto. No. Eppure ero curioso di vedere se quell’uomo venuto laggiù con idee morali di qualche genere, sarebbe riuscito a scalare il potere, e che cosa avrebbe fatto una volta arrivato lassù.»

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